Come promesso, e ringraziando la Direttrice Alessandra Mauro per la sua disponibilità, sono riuscito a fare l’intervista telefonica con la curatrice della mostra fotografica di Vivian Maier, esposta presso il Palazzo Valle di Catania.

Buona lettura a tutti.

 

Gli scatti di Vivian Maier a Catania dopo il genio di Chagalle ed Escher. Ci racconta come è nata la mostra e perchè esibirla a Catania?

“Questa mostra è stata presentata in altri luoghi a Milano, a Roma e Genova e successivamente mi è stato chiesto dalla società Arthemisia, con la quale già collaboro su altri lavori, di provare a farla a Catania e siccome questa città è piena di vitalità, splendida ma non devo essere io a dirlo, ma ribadisco che vi è una grande vitalità soprattutto in questo periodo e quindi si è scelto di farla in una località (ndr Palazzo Valle di via Vittorio Emanuele II – Catania) in cui non vi era mai stato un evento del genere, ma uno spazio nato per l’arte contemporanea in cui siamo riusciti a far “parlare” queste fotografie accettando la grande sfida di esibirle in unospazio diverso.”

Il 900 ha visto grandi fotografe dai generi più diversi, da Tina Modotti alla nostra più vicina Letizia Battaglia. La storia della Maier è diversa. In cosa si differenzia la sua arte?

“Ovviamente si differenzia per la sua storia personale. Fu una persona che in vita, non ha mai voluto mostrare le sue foto. quindi il suo ruolo fu differente da ciò che il fotografo normalmente fa e cioè mostrare le proprie opere. Non voglio parlare della condivisione, di cui oggi in qualche modo siamo tutti schiavi, ma la fotografia è un portare luce dove la luce prima non c’era e ad esempio l’esperienza di Letizia Battaglia è perfetta in questo senso. Grazie al suo lavoro straordinario abbiamo visto situazioni e drammi che altrimenti non avremmo mai visto. Quindi in maniera diversa, in base all’autore le fotografia vengono fatte per essere viste. Per Vivian Maier non era così: le fotografie venivano scattate per essere fatte, per rimanere se non altro come gesto che in fine è il gesto della memoria personale e come io dico sempre parlando di lei è come qualsiasi persona che ha un diario in cui ogni giorno scrive il suo vivere quotidiano. Magari quel diario non sarà mai più letto ma è necessario il gesto e quindi per lei la sua funzione era probabilmente questo. Quindi questa è la differenza profonda dagli altri artisti e in particolare delle donne fotografe anche se si riavvicina perché questa esigenza diventa profondamente esistenziale, anche se la Maier ha davvero radicalizzato questo concetto e in modo particolare potremmo avvicinarla ad altre esperienze nel mondo fotografico. Più che la resa fotografica è il gesto importante ma voglio sottolineare che non voglio parlare di selfie perchè non c’entra nulla con lei. Per quanto riguarda lo stile, abbiamo scoperto facendole riemergere alla luce, non soltanto il gesto compulsivo di una persona bisognosa di affermare tramite la foto la propria identità, ma abbiamo scoperto una vera fotografa, un autrice in grado di avere un percorso preciso una sua autonomia riuscendo a mettersi nel solco dei grandi fotografi e maestri suoi contemporanei, portando avanti la street photography americana.”

Lei è una giornalista, un amate della fotografia e attenta umanista. Si ritrova negli scatti della Maier del suo racconto artistico?

“Io non fotografo, non ho mai fatto foto in vita mia però come dico sempre uno storico dell’arte non deve per forza essere pittore. Amo moltissimo la street photography trovo che sia una componente importante essendo imbevuti della cultura americana e la strada americana fa parte del nostro immaginario a prescindere di essere vissuti la o meno. Per tanti film e libri letti abbiamo avuto una costante narrazione visiva quasi sincopata di quei luoghi in cui le immagini si rimbalzano e si raccontano quasi fosse questo il ritmo della vita contemporanea, così come ci ha insegnato il jazz o l’action painting e la street americana è riuscita a dare un polso a questo ritmo. Quindi per me è un genere che amo moltissimo, ho presentato a Milano la mostra Gli Americani di Robert Frank e collaborato in altri progetti quindi per me è un genere che amo moltissimo e di cui riconosco in Vivian Maier un interprete particolare. Nella sua foto è come se ricreasse scatti di Walker Evans e di tanti altri artisti sempre alla ricerca di geometrie o i volti dei passanti…questo è veramente forte ed estremamente bello e le posso assicurare che la gente che viene alla mostra per cercare di risolvere il mistero della sua identità (ndr Vivian Maier), che purtroppo non risolveremo mai, quando esce parla delle belle foto in mostra.

La fotografia nel tempo si è evoluta, trasformata, diventata popolare. Perché ancora oggi è importante visitare una mostra fotografica come quella di Vivian Maier? Perché consiglierebbe di andare a vederla?

“Io consiglierei di andare a vedere tutte le mostre fotografiche, sia quelle belle che quelle brutte, magari per criticarle, però scherzi a parte, penso sia importante perché noi vivamo di fotografia, siamo bombardati giornalmente da immagini e ci bombardiamo con le immagini penso ai social network. Penso sia come parlare una lingua di cui non conosciamo ne la storia ne il lessico. Andare a vedere una mostra è imparare a conoscere questa lingua di cui siamo consapevoli dell’esistenza perché la utilizziamo ma di fatto non siamo fino in fondo padroni. Vedere una mostra è mettere dei paletti a questa non conoscenza profonda di un linguaggio e quindi ci renderebbe più forti per fare quello che facciamo giornalmente.”

Nel 2017 grandi fotografi si affidano ai social network e piattaformi digitali per mostrare i propri lavori e anche gli scatti della Maier vennero pubblicati inizialmente su Flickr. Come vede l’evoluzione della fotografia nei prossimi anni?

“Per quanto riguarda Vivian Maier ho fatto una trasmissione radiofonica su Radio3, rintracciabile su podcast, scegliendo come giorno quello in cui i suoi scatti vennero pubblicati su Flickr pensando ai due estremi, il massimo della segretezza e successivamente il massimo della condivisione, cosa che probabilmente lei non avrebbe amato, ma che ha consentito a John Maloof di capire qualcosa di quello che aveva fra le mani. Ovviamente facendo l’agente immobiliare e grande appassionato della sua città Chicago, voleva fare degli studi e comprando quel box in un asta pubblica si ritrovò con una scatola contente gli scatti di Vivian Maier e una parte di documenti visivi di quell’epoca. Questo è il paradosso della Maier. Per quanto riguarda noi, l’evoluzione della fotografia è davvero difficile prevederla. Dieci anni fa non avremmo mai pensato di ritrovarci in questa situazione. Non avremmo mai pensato che grandi fotografi avrebbero fatto operazioni su Instangram come ad esempio Stephen Shore. Penso che potremmo trovarci anche con una involuzione come accade in altri campi artistici; mi viene in mente la musica dove è ritornato di moda oltre che il vinile le musicassette. Forse ad un certo punto, c’è il bisogno di tornare indietro ed è difficile capire dove andremo. Andiamo ad una velocità tale che possiamo soltanto stare a guardare cercando di essere contenti di vivere questo momento pieno di fermenti e di cambiamenti senza comunque perdere di vista la profondità e la qualità.”

In confidenza ama più la fotografia analogica o quella digitale?

“Per me è abbastanza uguale. Ogni progetto ha una sua storia completamente diversa. Certo quando mi capitano fra le mani quelle stampe belle con un nero denso, con tutto l’argento… che dire non si può far nulla.”

Ci saranno altri eventi come questo a Catania?

“Non lo so ancora ma speriamo di continuare su questa strada.”

 

 

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