Finalmente una domenica libera…o meglio una domenica in cui riesco a mettere da parte i mille impegni, prendere la macchina fotografica e far finta di lasciare i pensieri alle spalle. In effetti per fare questo ho dovuto dormire solo 4 ore ma ne è valsa la pena. Per mezza giornata sono tornato a fare la cosa che amo di più, passeggiare e guardare il mondo con un occhio speciale, quello del fotografo.

In molti si avvicinano alla fotografia vedendo quello che oggi va molto di “moda”, un genere fotografico che invece parte da molto lontano, quasi dagli albori della fotografia stessa, o meglio da quando quest’ultima è divenuta a larga scala, possibile a tutti e cioè dalla prima fabbricazione delle “moderne” macchine fotografiche portatili.

Sotto questo genere rientrano tanti modi di fotografare, tanti visioni e sfaccettature di quella che possiamo chiamare “il racconto della strada”, e sulla strada proprio oggi mi son ritrovato, con il vento che batteva le finestre e che mi sussurrava alcune dolce parole.

E quindi oggi è stata la giornata dedicata alla street…o come preferisco io,  la strada. In effetti la fotografia di strada o per chi è amante degli inglesismi la “street photography” riesce ad affascinare proprio per il suo filo conduttore nel raccontare l’uomo nella reale vita comune e giornaliere, senza nessuna posa, senza nessun programma di scatto o di controllo della luce artificiale che rende tutto più “facile” e bello.

Certo azzardare una definizione è davvero arduo: molti prima di me e sicuramente con molto più successo hanno provato a decifrarla, altri ancora hanno sentito il bisogno di raccontarla e subito mi viene in mente la grandissima Vivian Maier, di cui sono particolarmente innamorato sia per i suoi scatti ma ancor di più della sua straordinaria storia, il suo sfuggire dalla cosa basilare che contraddistingue i fotografi, cioè l’apparire, il mostrarsi a tutti e la ricerca continua dell’assenso. Visto che siamo in discussione e in prossimità delle feste natalizie,  vi consiglio di farvi un bel regalo e cioè il libro dedicata all’artista Vivian Maier. Una fotografa ritrovata edizione Contrasto.

La “street” è raccontare, forse una costola del reportage, più vicina alla narrazione poetica, al realismo artistico che alla mero impulso dello scatto per rubare un attimo o cogliere un particolare momento.

Mi confronto giornalmente con amici e colleghi, anche loro amanti del genere e costantemente vedo un continuo e diverso approccio etico e artistico sull’argomento: difficile davvero chiudere il genere in qualche cliché, ancor peggio cercare di legarla a qualche regola tecnicamente valida.

Non vi nascondo che a me piace il pensiero di catturare un momento e raccontare un istante in cui rivedendo lo scatto mi chiedo cosa stesse succedendo in quell’istante. Mi piace ragionare in prospettiva futura, chi vedrà un giorno i miei scatti vedrà con i miei occhi ciò che ogni normalissimo giorno mi ha posto davanti, proprio come oggi. Forse è davvero difficile spiegare ciò che è per me la fotografia di strada, quello che è più facile forse è far parlare le immagini, cosa che dovrebbe essere regola per chi ama la fotografia.

Per chi si vuolesse avvicinarsi a questo genere deve però capire soprattutto l’etica in questo  genere. Ogni fotografia prende una piega diversa dal fotografo che la scatta e da quello che vuole raccontare. La fotografia deve essere una narrazione, non uno scherno ne tanto meno un bisogno di consensi con immagini di povertà e sofferenza. Capiamoci subito prima di fraintenderci, ci son foto di fotografi freelance che raccontano zona di guerra o di catastrofi che sono davvero d’impatto e che amo particolarmente perché davvero ti immergono in un contesto dove molte volte le parole lasciano il tempo a chi può descrivere con l’immagine, ma quello è un altro genere ed è facile cadere nel tranello.

Per il mio lavoro, che non è quello del fotografo, ho dovuto imparare a passare inosservato o meglio a cercare di rendermi meno visibile anche se più passa il tempo più amo invece che la gente mi noti, che non si nasconda e che invece familiarizzi con chi in quel momento cerca di congelare un attimo di tempo.

Bhe avete capito, non è facile definire questo genere, c’è chi lo ama, chi invece lo evita come la peste perché non ama il contatto con la gente o ancor peggio ne ha timore.

Ma credo di aver scritto pure troppo adesso ed è meglio che vi lasci qualche ricordo di questa splendida giornata, ma il tempo scorre e non fa sconti e adesso ho bisogno di andare a giocare un pò con il mio piccolo, sperando che quanto cresca apprezzi tutto quello che sto cercando di lasciargli, comprese queste immagini…..

Commenti recenti

Archivi

Follower

Link Amici

Odesfotografiche di Maurizio Peis

L’anima dei Luoghi di Paola Tornambe’

Scorre il Tempo di Paola Tornambe’